Il lato oscuro del volontariato

Il volontariato è un fenomeno sociale molto esteso nella società civile, ma ha un lato oscuro di cui dobbiamo diventare consapevoli se vogliamo veramente aiutare il prossimo.

In generale

Il volontariato viene comunemente inteso come un’attività fornita al prossimo a titolo gratuito che in principio implica disinteresse e altruismo.

L’apporto del volontariato nel mondo è considerevole. Il suo corrispondente valore economico generato ogni anno è stimato a 1348 miliardi di dollari. Tale cifra è stata calcolata da economisti della Johns Hopkins University (fonte: Salamon,Sokolowski e Haddok (2011).
Quasi un terzo del volontariato globale avviene su base istituzionale, nell’ambito di associazioni, organizzazioni o istituzioni. Per altri due terzi ha natura informale, vale a dire nasce dall’iniziativa privata (Fonte: UN Volunteers (2018).
Cifre pubblicate sul *Bulletin del CS, N. 3/2019.

Il volontariato si estende a molti settori delle attività umane. Quello più noto è l’aiuto ai bisognosi in generale (assistenza agli anziani, ai poveri, agli immigrati, alle vittime di catastrofi …). Ma è un fenomeno trasversale. Esso viene praticato nei più disparati settori: in seno ad organizzazioni sportive (soprattutto quelle dedicate alla gioventù), in seno ad organizzazioni di protezione della natura e degli animali, nel corpo dei pompieri, nell’organizzazione di manifestazioni pubbliche nei comuni in cui si vive …

C’è chi dona il proprio tempo, le proprie competenze e risorse intellettuali, morali, fisiche, economiche.

Questo settore ha dunque un grande valore sociale ed economico.

Chi opera nel volontariato è mosso da sentimenti di altruismo, di amore verso i propri simili o verso la natura. Così almeno si pensa nell’immaginario collettivo. Ma è sempre così? NO non è sempre così. C’è infatti un lato oscuro del volontariato che dobbiamo sviscerare insieme.

L’atto del donare

Aiutare chi ha bisogno, migliorando le sue condizioni di vita, procura grande gioia, grandi gratificazioni. Ma donare senza avere secondi fini più o meno inconsci, è qualcosa che non tutti sanno fare. D’altra parte occorre trasparenza interiore per generare un avanzamento spirituale. E questa trasparenza nella nostra società non è purtroppo un fatto generalizzato.

Come osserva giustamente il Dott. Marco Matteoli in un suo *articolo, il volontariato può essere ricondotto ad un fenomeno sociale nel quale vi è un soggetto che dona un bene a un ricevente, senza apparentemente ricevere nulla in cambio. Il dono è tuttavia ambiguo come fatto sociale, non è assolutamente gratuito, poiché se non ricambiato genera una asimmetria di status tra chi dona e chi riceve, definendo una sorta di supremazia a carico di chi compie l’azione di donare verso colui che riceve il dono.

In certe dinamiche sociali storiche e contemporanee, è attraverso i doni che si stabilisce la gerarchia tra capi e vassalli, tra vassalli e seguaci.  Donare, equivale a dimostrare la propria superiorità, valere di più, essere più in alto; accettare senza ricambiare o senza ricambiare in eccesso, equivale a subordinarsi, a diventare cliente o servo, farsi più piccolo, cadere più in basso”.

Queste dinamiche riflettono purtroppo un’umanità complessa e direi infantile dal punto di vista spirituale

Il lato oscuro del volontariato

Da questa asimmetria di status prendono forma varie deviazioni che si riscontrano anche nel volontariato. Ma le storture possono nascere anche dall’ignoranza dei meccanismi psicologici e da malintesi dei concetti fondamentali.

Il senso di superiorità

Noi, che proveniamo dal (nonostante tutto) ancor ricco ed opulento Occidente, dovremmo farci un esame di coscienza per capire se e in che misura si annida, a livelli più o meno inconsci, un certo qual senso di superiorità nei confronti delle popolazioni più arretrate o di chi in generale si trova nel bisogno.

Basti pensare agli approcci dell’aiuto ai paesi in via di sviluppo da parte di certe organizzazioni internazionali che degenerano in una sorta di colonialismo, perpetuando le condizioni di povertà e la dipendenza delle popolazioni autoctone. C’è chi assume un’attitudine di onnipotenza e così facendo manca di sensibilità e rispetto verso chi pretende di aiutare.

Ci sono svariate *pubblicazioni che evidenziano come troppo spesso l’umanitarismo ci fa diventare arroganti, ci fa idealizzare le nostre intenzioni e i nostri comportamenti. Fortunatamente questi metodi sono stati messi in discussione negli ultimi tempi.

La riprova sociale

Il sentimento della riprova sociale costituisce un’altra leva motivazionale fondamentale in molte dinamiche di volontariato, poiché si fonda sulla convinzione di poter essere etichettati come “individui socialmente utili”, “persone dal cuore buono”, oppure “degni figli di Dio”.
Così facendo si vuole rendersi belli di fronte alla società, diventa un’attitudine esibizionista.

All’origine di tale atteggiamento ci sono delle frustrazioni nella vita ordinaria del volontario che cerca una vita “stra-ordinaria”, nel volontariato appunto, come osserva ancora *Marco Matteoli.

Nei casi estremi un bisogno morboso di questa dimensione stra-ordinaria” può spingere il volontario a eclissare la sua dimensione “ordinaria” e con essa la sua identità lavorativa-sociale o in casi estremi trascurare la propria famiglia e le relazioni extra volontariato.
In casi limitati assume caratteri patologici: il volontario non riesce a dissociare la sua identità nell’ambito dell’associazione con la sua identità ordinaria, causando altresì delle difficoltà di adattamento, che se non gestite possono sfociare in isolamento ed emarginazione del volontario da ambedue i contesti sociali.

Sfruttamento immorale

Non di raro capitano situazioni di sfruttamento immorale dei mezzi, delle risorse delle organizzazioni e dei volontari mossi da principi morali, per le proprie attività private o lavorative, per arricchire sé stessi o ottenere posizioni di prestigio; fino ad arrivare ad atti di furto, truffa a scapito dell’associazione o dei propri assistiti.

Gli abusi più odiosi sono quelli a sfondo sessuale nei confronti di bambini e di persone per lo più incapaci di difendersi per la propria condizione subalterna, per ignoranza. Molti, troppi scandali sono emersi negli ultimi anni in seno alle organizzazioni internazionali (Vedi *Oxfam).

Il volonturismo

Nicolò Govoni mette in guardia sui pericoli del volunturismo (una combinazione di volontariato + turismo) nel suo libro *Bianco come Dio – che consiglio vivamente ai giovani – e nelle sue *conferenze.

Nel 2013 all’età di vent’anni, era partito da Cremona, dove viveva, per un’esperienza come volonturista. Dopo aver versato 1’000 Euro ad un’organizzazione internazionale era stato da questa assegnato alla Dayavu Home, un orfanotrofio nel povero e rurale Tamil Nadu, nell’India meridionale. Suo compito era giocare con i bambini e insegnare.

Ma si rende ben presto conto di non avere nessuna preparazione per insegnare, che non c’è nessuna supervisione sul suo operato e che della somma da lui versata all’organizzazione, arriva alla struttura solo una parte minuscola.

“Per 1000 euro avevo comprato il biglietto di un lunapark. Dove godermi il privilegio di poter fare come se gli orfani recitassero in una scenografia; affinché io, benintenzionato turista bianco, potessi essere spettatore interattivo, pagante e come sacro. Separato da ciò che non gratifica ma compiaciuto della mia compassione. Questo è volonturismo.”

Egli conclude che il volonturismo è un business che rende 170 miliardi di dollari alle organizzazioni che annualmente giocano sul desiderio di gratificazione di 20 milioni di giovanissimi, senza nessuna preparazione e quindi incapaci di aiutare veramente.

Lo sfruttamento dei volontari

Ma esiste anche il pericolo di essere sfruttati come volontari. Quando l’associazione per cui si opera o le persone assistite esigono sempre più la nostra presenza, la nostra opera, incuranti del nostro equilibrio. Come nel detto “ti dò la mano e mi prendi il braccio“.
Non sempre purtroppo il volontario conosce i propri limiti e osa dire di NO quando è troppo, col rischio di cadere in uno stato di esaurimento o, come si dice oggi, di burnout.

Sono soprattutto le persone sensibili o ipersensibili che rischiano di più. Lo sfruttamento delle buone intenzioni, della disponibilità di una persona può avvenire in tutti gli ambiti della vita, anche in famiglia. C’è molta ignoranza sui meccanismi psicologici perversi (A questo proposito vi invito a leggere il mio articolo cliccando qui IPERSENSIBILITÀ EMOTIVA e gli articoli correlati).

Concetti malintesi

Questa perdita di energia può avvenire anche perché si confonde spesso la compassione con la commiserazione, il pietismo e il buonismo accondiscendente e … persino con il politicamente corretto. Si è imbevuti di una falsa spiritualità.

La vera compassione implica che conserviamo la nostra energia, che sappiamo prendere le giuste distanze da una situazione per capire che cosa ha veramente bisogno l’altro, intervenendo amorevolmente e incoraggiandolo positivamente a ritrovare la fede in se stesso.

Mentre la commiserazione implica che ci identifichiamo nel dolore dell’altro con approcci del tipo “che poverino!”, ci occupiamo solo della sofferenza, e così facendo ci facciamo succhiare le nostre energie. Molte persone ammalate cercano solo la nostra commiserazione, ma in realtà non vogliono guarire!
Si tratta quindi di *due concetti contrapposti e non di sinonimi come purtroppo vengono presentati nei dizionari.

D’altra parte molte organizzazioni attraverso i loro volontari, alimentano sentimenti di pietismo, di commiserazione e di senso di colpa nel pubblico, in occasione di campagne di raccolta fondi. E questo è male. Donare soldi per un’opera di aiuto ai bisognosi implica una decisione interiore autonoma, uno slancio gioioso e libero.

Senso di impotenza

In ogni caso molti hanno sperimentato o sperimentano a volte, me compresa, delusioni o sentimenti di impotenza durante il volontariato. Non sempre va come pensiamo che debba andare. Non è per nulla facile e scontato aiutare gli altri. L’essere umano è complesso e la volontà di risollevarsi deve provenire da una sorgente interiore. Il volontario può tendere la mano, ma non sempre l’altro la coglie per reagire alla sua situazione.

D’altra parte ci si può sentire frustrati e impotenti di fronte alla vastità della sofferenza nel mondo. Si ha l’impressione che il nostro apporto è solo una minuscola goccia nell’immenso oceano.

Per cui da parte del volontario deve esserci una forte motivazione, ma è necessaria anche una buona preparazione. Senza un’adeguata preparazione si possono covare eccessive aspettative di gratificazioni personali.

Ho cercato qui di elencare i maggiori rischi insiti nel volontariato, che tra l’altro esistono anche per il personale remunerato delle organizzazioni cosiddette non profit. Naturalmente questa lista non è esaustiva.

Qui di seguito esaminiamo più da vicino il sentimento di solidarietà e che casa possiamo fare per evitare di cadere nel lato oscuro del volontariato.


Il sentimento di solidarietà

La solidarietà è il fondamento di una società civile, è l’inclinazione ad aiutarsi reciprocamente. 
Il sentimento di solidarietà è insito nell’essere umano. I bambini piccoli e i giovani educati adeguatamente nel rispetto della loro natura, conservano un innato senso di solidarietà (leggi il mio articolo cliccando qui QUALE EDUCAZIONE e articoli correlati).

Complice un’economia iperliberista, iper-competitiva, che mira alla crescita illimitata e allo sfruttamento delle risorse, purtroppo anche umane, l’uomo diventa sempre più egoista, perdendo questa innata inclinazione ad aiutare il prossimo.

Secondo *Heinz Büde abbiamo bisogno di una nuova fonte di solidarietà, che sappia coniugare libertà individuale e solidarietà sociale. Non possiamo recuperare il concetto marxista di solidarietà basato sull’esperienza collettiva dell’oppressione e dello sfruttamento.
La solidarietà oggi non può più fondarsi sul “noi” ma solo sull’”io”. Nasce solo quando le persone vogliono sentirsi solidali e non quando deriva da un calcolo morale o dalla richiesta di una qualche élite. La solidarietà si fonda sull’esperienza esistenziale che individualmente non siamo forti ma che possiamo agire con efficacia solo insieme agli altri e fare affidamento sull’incoraggiamento e sul supporto degli altri nei momenti di sconforto e difficoltà.

Che fare per evitare il lato oscuro del volontariato?

Marco Matteoli sottolinea giustamente il fatto che per quanto possano essere “stra-ordinarie” le dinamiche sociali all’interno delle attività volontarie sono comunque regolate da relazioni tra individui psicologicamente differenti, e presentano tutte le difficoltà di comunicazione presenti nei rapporti tra esseri umani, come già rilevato sopra.

Consapevolezza e crescita personale

Il compito che ci spetta è dunque quello di diventare sempre più consapevoli dei vari risvolti del volontariato, soprattutto del lato oscuro del volontariato e più in generale dell’aiuto al prossimo.

Ciò ci deve indurre a fare un lavoro su noi stessi per chiarire le nostre intenzioni, i nostri scopi. Ma prima di tutto per capire chi siamo veramente, per capire come possiamo essere felici. Per questo è molto importante risolvere il nostro passato, superare i nostri traumi, capire l’origine delle nostre frustrazioni per non trasferirle nelle dinamiche sociali. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita, poiché non si finisce mai di imparare e di crescere spiritualmente (vedi per esempio:* L’eterna ricerca dell’uomo di Paramahansa Yogananda).

Occorre capire quali sono i nostri talenti che ci permettono di esprimerci al meglio per condividere la nostra gioia di esistere con chi ci circonda, con chi ha bisogno di aiuto. Io mi sono resa conto in più occasioni di essere stata più utile alle persone quando non avevo scritto sulla fronte “volontaria”, ma ero semplicemente serena e contenta in quei momenti.

Per evitare di diventare arroganti, idealizzare le nostre intenzioni e i nostri comportamenti, dobbiamo essere capaci di continuamente rimetterci in discussione per acquisire la giusta umiltà, la giusta distanza dalle cose, per saper discernere tra cosa è giusto e casa non è giusto da fare. Bisogna agire con la testa e col cuore. L’ingenuità e l’ignoranza possono causare a volte più danni che benefici. In fondo questo ce lo indica anche il vangelo “… siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10, 16).

Un’adeguata preparazione

Questi consigli del resto valgono in tutti gli ambiti della nostra vita privata e professionale come fonte di contatti con il prossimo.

Tuttavia, per chi vuole iniziare un’attività di volontariato regolare con un’organizzazione, è a mio parere necessario frequentare un corso introduttivo. Ci sono delle organizzazioni serie che organizzano dei corsi aperti a tutti, o che li rendono obbligatori per chi intende operare al loro interno. Ce ne sono purtroppo altre che non se ne curano affatto e sono da evitare; si annida qui più che altrove il lato oscuro del volontariato.

Concentrarsi sulle realtà positive

Stanno nascendo molte realtà positive. Infatti, in mezzo a tanto dolore nel mondo, in mezzo a tante ambiguità, che toccano anche il volontariato, dobbiamo poterci concentrare anche su ciò che di positivo sta nascendo.

Conclusione

In definitiva occorre chiederci, con * Heinz Bude: che cos’è che fa la vita degna di essere vissuta. Bisogna in sostanza voler vedere chiaro sulle cose della vita, sulle cose essenziali, avere il coraggio di essere degli esseri umani.
La solidarietà, per citare le sue parole, “tocca la mia comprensione di appartenenza e di legame, la mia disponibilità a pormi di fronte alle necessità e alle sofferenze del prossimo e il mio sentimento di responsabilità e di preoccupazione per il tutto”.

Bisogna dunque avere il coraggio di rimanere fedeli a se stessi. Su questo tema vi invito a leggere il mio articolo introduttivo cliccando qui RIMANERE FEDELI A SÈ STESSI e articoli correlati.

Infatti solo quando ritorniamo alla nostra vera natura di esseri umani, sgombra dai veleni dell’anima, riusciamo a sentire un profondo amore per noi stessi e la semplice gioia di esistere che possiamo condividere con gli altri nelle difficoltà ed essere utili alla nostra evoluzione e a quella del nostro prossimo.

Bibliografia

Valeria Amy Rossi
 

Mi chiamo Valeria Amy Rossi. Sono una persona curiosa, empatica. Tendo a legare le cose, a sintetizzare. Ho una formazione poliedrica, interdisciplinare. Sono soprattutto affascinata dai percorsi di consapevolezza, apertura e trasformazione: crescita personale e spirituale. Sono sensibile ai temi ambientali.

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