Critica al minimalismo

S’impone una critica al minimalismo in architettura, quando tralascia i fondamenti dell’armonia, provocando disagio e alienazione nelle persone.

L’architettura dell’ordinario

Si distingue un’architettura del quotidiano o “ordinaria”, in contrapposizione con l’architettura “straordinaria” esaltata dai modelli patinati proposti dai media.

Questa architettura dell’ordinario è soggetta a molteplici interpretazioni che veicolano, nell’immaginario collettivo, un’estetica a geometria variabile continuamente in bilico tra l’idea di un regionalismo anonimo e quella di ”lusso dissimulato” attraverso il “minimalismo” glamour ed edonistico.

Attività priva di reciproche relazioni

L’attività edificatoria recente, tra ordinarietà e straordinarietà, si caratterizza come fatto individuale e privato. Infatti essa è spesso casuale, occasionale, provvisoria ed effimera. A volte assemblata e riassemblata con operazioni di cancellazione, sostituzione successiva e ricombinazione dell’esistente, ma priva di reciproche relazioni.

Questo è il frutto di una società cosiddetta “liquida”. E porta al conseguente progressivo venir meno del concetto di riconoscibilità degli spazi.

La freddezza delle costruzioni

D’altra parte colpisce una generale freddezza nelle costruzioni.
Si confonde lucidità con pulizia, e lavabilità con bellezza. Questa igiene, intesa malamente, ha reso il lavoro artigianale e la costruzione sterile e ha portato con sé anche un concetto esagerato di “nuova obiettività” (neue Sachlichkeit”).

Un’architettura razionalista e moderna frutto di uno scollamento fra il mondo intellettuale e quello delle persone comuni, frutto di un’esagerata ragione a discapito del cuore.

L’ordinario lo si può intendere in due modi:
• nella sua accezione positiva significa: regolare, consueto, comune;
• in senso negativo come: scadente, banale, deteriore.

Quale ordinario vogliamo?

Secondo alcuni autori, si potrà superare l’impasse della post-modernità, solo quando si sarà in grado di superare la connotazione negativa dell’ordinario. E anzi, riconoscendo il grado di “ordinarietà” del fenomeno, lo si valorizzi in quanto tale. Facendo diventare il progetto un atto etico di responsabilità, sostituendo la modestia alla vanità.

A questo scopo, si rende sempre più necessario un approccio aperto e multidisciplinare. Occorrono nuovi strumenti di indagine che includano i valori emotivi e simbolici dello spazio. Solo così si potrà delineare una nuova sensibilità estetica che gli utenti potranno riconoscere.

L’ambiente influenza lo stato d’animo

Infatti la lettura del contesto urbano,  l’interpretazione dello spazio, come la percezione del paesaggio, avvengono soprattutto attraverso sensazioni visive.

La nostra natura interiore interagisce con l’ambiente, con l’ambiente naturale certamente, ma anche con il paesaggio urbano.

Un determinato ambiente o un paesaggio può infatti influenzare positivamente o negativamente il nostro stato d’animo. Gran parte dei luoghi che siamo costretti ad abitare ma anche costretti a guardare generano angoscia: case, facciate, locali, pareti, finestre, pannelli, che sembrano prigioni.

L’utente, perso il senso di comunità del vecchio quartiere, persa la fierezza di un luogo che lo rappresenti degnamente, vive la città come uno spazio per transitare, probabilmente in macchina, dalla casa al lavoro; non ha più voglia di guardarsi attorno dove tutto equivale a tutto.

L’esperienza personale

E questo succede anche a me. Sempre più spesso mi capita di percorrere certe vie e di imbattermi in pareti aliene che danno sulla strada; parlo di strade di quartieri residenziali, non di strade molto trafficate.

Costruiscono palazzi con la facciata rivolta verso la strada con cemento a vista tutta liscia o in altro materiale, senza finestre, oppure nascoste da pannelli scorrevoli, in altre parole una non facciata. Si tratta di immobili recentissimi!

Oppure erigono delle recinzioni da giardino o altro con desolanti pannelli in lamiera incolore, come il muro di una prigione o l’entrata di un bunker.
Sento malessere, lo vivo come un insulto, come se qualcuno mi voltasse le spalle, smettesse di parlarmi, mi negasse il saluto, insomma di interagire con me. Le nostre strade diventano sempre più delle strade fantasma!

Il colmo è che le prigioni vere diventano sempre più luminose, più colorate, più confortevoli … più vivibili. Segno che questa corrispondenza è acquisita ormai come componente necessaria per curare e risocializzare persone alienate, in teoria, ma di fatto c’è ancora molto da fare.

Un ordinario intelligente

Serve dunque un ordinario intelligente che sostituisca alla serialità massiva che annichilisce e che invade ancora troppo le nostre città, un’architettura leggera e performante dal profilo dell’ergonomia e del confort. Che sia sostenibile dal profilo ambientale ma anche dal profilo estetico.

Poiché l’architettura si impone alla vista. Essa è sempre presente. Per cui bisogna attribuirle e riconoscerle il valore sociale di bene collettivo, garantendola a tutti i cittadini e assicurandole il carattere di necessità, di qualità, di identità e di compartecipazione. Di questo senso e significato l’architettura si deve riappropriare per tentare di riconciliarsi con il contesto e con i cittadini, per ridare familiarità.

In questa ricerca non si può più fare astrazione dell’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva

L’uso della “intelligenza emotiva” consente di  giungere ad una valutazione qualitativa di un processo esperienziale. L’intelligenza emotiva potrebbe rivelarsi il più immediato, olistico, integrato e credibile dei nostri sistemi di reazione alle complesse situazioni ambientali e sociali. Attraverso le emozioni, giudichiamo situazioni di vita complesse, come l’atmosfera, lo stato d’animo o il carattere di un luogo.

L’esperienza dell’ordinario nell’architettura la si potrebbe appunto definire  come una categoria esperienziale. Un elemento… che instaura un primo riferimento espressivo nel processo di riconoscimento e di appartenenza ad un luogo o ad una architettura, da parte di chi lo abita…

Il senso di familiarità

Pertanto, quando si definiscono sensazioni di ordinarietà (nell’accezione di normalità) allora si può osservare come l’esperienza determini un legame  tra ciò che è “conosciuto” e ciò che si può anche dire “ordinario” e dunque anche “familiare”.

Il senso dell’ordinarietà dunque, anche se non è il solo fattore in grado di determinare il più complesso senso di familiarità, può essere assimilato, con una certa approssimazione, ad una condizione esistenziale primordiale, direttamente connessa con la nostra anima.

L’evocazione del senso di familiarità necessita di un percorso di ordinarietà e questo percorso non è definibile a priori. Esso ha a che fare con la storia di ognuno di noi, con le nostre passate esperienze di vissuto e con il nostro background socioculturale.

Pertanto l’esperienza dell’ordinario prepara il nostro subcosciente ad un legame originario e più profondo di quanto non succeda con luoghi e architetture che non sono in grado di evocare in noi nessuna immagine interiore.

La cultura certamente forma la percezione dell’ordinarietà. Infatti per cultura s’intende l’insieme delle credenze, tradizioni, norme sociali, conoscenze pratiche, prodotti, propri di un popolo in un determinato periodo storico.

La mite legge

Ma la cultura in sé, secondo me, non è l’unico fattore che genera il profondo senso di condizione esistenziale primordiale, direttamente connessa con la nostra anima.

È soprattutto il senso dell’equilibrio e dell’armonia che genera questo contatto profondo, questo riconoscimento e legame profondo. Non ci spieghiamo altrimenti la grande attrazione magnetica che esercitano in noi le edificazioni di molte culture ancestrali del passato e del presente nel mondo.

Cerchiamo dunque di scorgere la mite legge (das sanfte Gesetz). Questa legge mite, come la espone Stifter, costituisce il fondamento di tutti i comportamenti della civiltà e della comunità umana. Dove questa legge non viene rispettata, si sviluppa un’innaturalezza che disturba e che, alla fine, distrugge.

La sua validità non trova in nessun altro campo conferma così evidente come nella costruzione.

È saggio colui che sa riconoscere la mite legge, tanto quanto quella eterna e primordiale. La sola sua applicazione ed osservanza produce armonia.

Nel raggiungere armonia si mostra il grado di perfezione, la capacità di miglioramento dei caratteri della vita.

La minimal art

La minimal art è la principale tendenza, che negli anni sessanta fu protagonista del radicale cambiamento del clima artistico, caratterizzata da un processo di riduzione della realtà, dall’anti espressività, dall’impersonalità, dalla freddezza emozionale, dall’enfasi sull’oggettualità e fisicità dell’opera, dalla riduzione alle strutture elementari geometriche.

Il minimal è diventato un concetto globale che si è diffuso a tal punto da diventare tendenza in tutti i campi, anche come stile di vita ispirata alla filosofia Zen giapponese che comprende lo spazio fisico e mentale.

Come stile di vita è un modo per evadere agli eccessi del mondo che ci circonda: gli eccessi del consumismo, del materiale che si possiede, del disordine, dell’avere troppe cose futili che portano alla confusione. È sottinteso quindi che dia un senso di libertà sia a livello fisico (per l’assenza di oggetti fisici, che potrebbero rendere l’ambiente in cui ci si trova opprimente) che mentale (praticando, ad esempio, la meditazione).

Questo stile di vita permette di concentrare le proprie forze e la propria mente sulle cose che danno senso e valore alla vita. E questo mi va benissimo, io stessa cerco di applicare questi principi alla mia vita.

Critica al minimalismo nell’architettura occidentale

Il principio less is more (meno è di più) rimane un fine senza tempo, un classico che non passa mai di moda.

Ma se pensiamo alla filosofia Zen che abbraccia tutti i campi della vita umana – dalla pittura, all’arte della disposizione dei fiori, alle cerimonie del tè, ai giardini, all’architettura di esterni e d’interni – pur nella sua essenzialità, essa tiene conto dell’armonia e della bellezza.

La casa tradizionale Giapponese si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, è un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente.
La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante.

Al contrario lo stile minimalista applicato all’architettura occidentale nella sua scarsezza di elementi può trasmettere molta freddezza sia per gli esterni che per gli interni; lo spazio può risultare asettico. L’austerità e il rigore formale possono mettere a disagio, provocare alienazione.

Come può questo tipo di architettura definirsi “Architettura pura dell’essenziale”, “un modo consapevole e sofisticato di progettare l’architettura”, quando tralascia di interagire con l’anima umana, di applicare le leggi fondamentali dell’armonia e dell’equilibrio?

A parte qualche esempio riuscito nella forma e nella disposizione degli interni, anche per l’impiego di materiali naturali come il legno per esempio e del colore, gran parte dell’architettura minimalista è a mio giudizio assolutamente provocatoria (vedi sotto la biografia da cui ho tratto materiale per questo articolo).

Vai all’articolo introduttivo: ARCHITETTURA RESPONSABILE

Leggi l’articolo correlato: COSTRUIRE IN MODO INTELLIGENTE

Bibliografia

Vi invito ad approfondire gli argomenti trattati in questo articolo e leggere i contributi tratti da:
PERCORSI DI ARCHITETTURA, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA, ARCHITETTURA & ORDINARIETÀ, ICAR65 Percorsi multidisciplinari di ricerca Vol. II, da scaricare gratuitamente qui, da cui ho tratto ispirazione e materiale per questo articolo.

In particolare i seguenti apporti:

  1. LA MITE LEGGE NELL’ARTE, IN PARTICOLARE NELLA COSTRUZIONE UN DISCORSO Paul Schmitthenner, traduzione di Nicola Braghieri, pag. 19ss
  2. LA MODESTIA OLTRE LA SAGGEZZA, PROGETTARE L’ORDINARIO ARCHITETTONICO, Carlo Deregibu, pag. 42 ss
  3. L’ESPERIENZA DELL’ORDINARIO IN ARCHITETTURA Luca Medici,
    pag. 52ss … 98ss
  4. TRA LEGGIBILITÀ E RISIGNIFICAZIONE, GRIGLIE CULTURALI E PERTURBATIVE PRODUZIONI DELL’ARTE, Elisa Bassani, Alessandro Canevari, pag. 70ss
  5. ORDINARIO MODERNO: PRODOTTO DEL COMFORT DEMOCRATICO Emanuele Romani, pag. 104
  6. THE EVERYDAY TODAY, PENSIERI E RAPPRESENTAZIONI DELL’ORDINARIO, Emanuele Sommariva, pag. 114
  7. RIORDINARE LO STRAORDINARIO, Maria Carmela Frate, pag. 149
  8. IL RAPPORTO TRA L’ORDINARIO E LA NORMATIVA, UNA FORMALITÀ O UNA QUESTIONE DI QUALITÀ? Maria Canepa, pag. 160

Inoltre:
https://it.wikipedia.org/wiki/Minimalismo
http://www.studiohara.it/06-Zen_filosofia%20e%20arte.html

Valeria Amy Rossi
 

Mi chiamo Valeria Amy Rossi. Sono una persona curiosa, empatica. Tendo a legare le cose, a sintetizzare. Ho una formazione poliedrica, interdisciplinare. Sono soprattutto affascinata dai percorsi di consapevolezza, apertura e trasformazione: crescita personale e spirituale. Sono sensibile ai temi ambientali.

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