Costruire in modo intelligente

Costruire in modo intelligente significa, tra l’altro, creare spazi per la condivisione per una migliore qualità di vita.
Nella città in cui abito, negli ultimi anni si è costruito molto, troppo, troppo in fretta e male; come dappertutto.

Si continua a costruire in modo speculativo, occupando ogni spazio disponibile per i singoli alloggi, senza prevedere degli spazi per la condivisione, ove potersi incontrare spontaneamente nella vita di tutti i giorni.

Il modo di costruire influisce sulle persone

Questa modalità di costruire, prettamente speculativa, limita e condiziona in gran parte il comportamento delle persone. Le quali tendono poi a chiudersi in se stesse, al proprio nucleo domestico, ad una eccessiva privacy.

Questo poi le porta sfogare sui social media il loro profondo bisogno di socializzare, però aimè, in modo ossessivo e sbagliato.

L’errato modo di costruire porta insomma ad un raffreddamento dei valori. Prova ne è che le persone si invitano sempre meno spontaneamente.

Il modo di costruire influisce nel bene e nel male sulle persone, ne plasma alla lunga il carattere.

Infatti, benché ci siano lodevoli iniziative culturali e ricreative sia saltuarie, sia a scadenze regolari che danno occasioni di incontro, gran parte di queste non soddisfano il grande bisogno di aggregazione sociale nella vita di tutti i giorni.

C’è purtroppo ancora troppa solitudine, non solo nelle grandi città, ma anche nei centri più piccoli.

È pur vero che ciascuno è in gran parte responsabile della propria vita e dunque anche del grado di interazione con il prossimo. La volontà e la disponibilità del singolo giocano un ruolo fondamentale.

D’altra parte ci sono molte ragioni per cui una persona possa sentirsi sola, emarginata, nell’impossibilità di partecipare a determinate iniziative. Povertà, disoccupazione, emarginazione causata da un senso di vergogna per non essere come gli altri … sono situazioni in aumento!

Gli spazi di aggregazione usuali

Per quanto riguarda gli spazi pubblici come i centri cittadini, le piazze …, non sempre riescono a colmare questa lacuna.
Infatti molti di questi, ormai privati della loro ordinaria vitalità, vengono tenuti attivi artificialmente.

Gli esercizi pubblici (caffè, bar, ristoranti …) hanno certamente il loro ruolo da svolgere ma, così come concepiti ancora attualmente – tranne rari casi – hanno i loro limiti, non riescono veramente a colmare questo bisogno giornaliero di aggregazione sociale.

Infatti in questi luoghi, in genere i contatti sono molto superficiali. Ci si va per lo più il mattino per leggere i giornali un po’ di corsa, per l’aperitivo tra una battuta e l’altra… l’audio troppo forte impedisce per lo più la comunicazione.

Inoltre non vi si può rimanere più a lungo del ragionevole senza dover comandare di nuovo delle consumazioni. Alla lunga può diventare molto caro e quindi non alla portata di tutte le tasche.

Constato inoltre molta ignoranza negli esercenti e nei dipendenti. Pochi, purtroppo, sono capaci di comunicare con i clienti. L’accoglienza dovrebbe essere naturale e far parte della professione. Ma purtroppo domina lo stress poiché tutto è quantificato in soldoni.

Occorrono nuovi spazi di incontro spontaneo

Insomma si impongono maggiori spazi che favoriscano la coesione sociale, uno scambio spontaneo, regolare ed autentico.

Già a partire dagli anni sessanta ci sono stati movimenti di resistenza all’avanzata delle teorie urbane che promuovevano salubrità ed efficienza al posto di umanità e mixité.

Questi movimenti manifestavano insofferenza nei confronti dei risvolti autoritari della visione modernista che ambiva a pianificare non soltanto belle e funzionali città ma anche la vita dei propri abitanti.

Ma questo avviene ancora oggi, purtroppo!

Si impone assolutamente una riflessione sugli utenti, sugli abitanti, e sugli apporti che essi introducono.

I pessimi esperimenti di urbanizzazione nell’era moderna non possono più giustificare di rinunciare parzialmente alla natura dei rapporti in favore di uno spazio igienicamente migliore, ma sterilizzato da un punto di vista interpersonale.

Favorire la condivisione è perciò un vero passo verso una migliore qualità di vita, il benessere e la salute.

Sono necessari spazi e sistemi insediativi che favoriscono soprattutto la negoziazione tra pubblico e privato, assottigliandone le differenze. Parliamo quindi di spazi ove la linea di demarcazione si amplia, diventando luogo e acquistando un significato non soltanto architettonico ma, soprattutto, sociale e urbano.

Pensiamo per esempio a luoghi in cui vengono realizzate tipologie flessibili di soglia  capaci di sintetizzare esigenze private e  pubbliche. La cui trasformazione è dettata da usi, tradizioni e desideri; da necessità e da possibili opportunità.

Il contatto con la strada diventa una necessità per coloro che vivono in una casa piccola e un’opportunità per chi abita da solo e reclama compagnia. Esso è facilitato dove le costruzioni sono di dimensioni ridotte.
A mio parere si possono trovare soluzioni anche in centri con palazzi più imponenti attraverso il piano terra.

Per fortuna una parte dell’architettura contemporanea cerca sempre più di reinterpretare i caratteri dell’ordinario per garantire un senso di familiarità che sia empatica con i nuovi abitanti: corridoi, pianerottoli e spazi comuni realizzati per essere occupati dagli utenti con arredi e usi non previsti. Oppure condivisibili tra più unità e disponibili a diverse configurazioni.

Parola d’ordine “condivisione”

Appropriazione, occupazione, estensione, condivisione diventano i termini per comprendere il significato di questi spazi ordinari …

La condivisione implica quindi in certa misura il riconoscimento del city user, ossia dei cittadini stessi, nella loro funzione di agenti attivi nella costruzione, trasformazione ed appropriazione degli spazi urbani.

Ciò si realizza rivalutando il ruolo che nella vita pubblica hanno gli spazi interstiziali, residuali non normati nell’uso e nelle forme. Ma piuttosto aperti alle reinterpretazioni contingenti da parte dei cittadini, attraverso una serie di micro-interventi e azioni spontanee.

Il ruolo del progettista qui è quello di preservare la spontaneità e il dinamismo dei diversi attori che operano sulla scena urbana, mediandone o moltiplicandone i desideri e la libera iniziativa.

Insomma, per accogliere la spontaneità del quotidiano, la progettazione urbana dovrebbe permettere una maggiore permeabilità ed adattabilità, secondo un processo di transizione degli usi e delle funzioni non rigidamente definiti e definitivi, lasciando invece una pluralità di configurazioni possibili dello spazio.

È in questa estrema apertura alla trasformabilità che i cittadini esercitano il “diritto alla città”, partecipando quotidianamente alla formazione dei propri spazi.

Una delle funzioni dell’architettura è il soddisfacimento di bisogni primari attraverso la strutturazione dello spazio.

Condivisione è in definitiva la parola d’ordine che accomuna le esperienze che ambiscono ad un modello abitativo in cui la rigenerazione urbana è ricercata attraverso interventi sugli spazi e sulla qualità della vita.

Le nuove frontiere dell’abitare

Non mancano certo iniziative interessanti e originali: concetti abitativi per la terza età, in particolare per anziani indipendenti che prevedono degli spazi in comune, centri abitativi intergenerazionali o cooperative abitative.
Ma purtroppo costituiscono ancora le mosche bianche nel mondo della costruzione ancora troppo largamente dominata dalla speculazione dura e pura.
Approfondirò in ulteriori articoli queste nuove frontiere dell’abitare.

Vai all’articolo introduttivo: ARCHITETTURA RESPONSABILE

Bibliografia

PERCORSI DI ARCHITETTURA, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA, ARCHITETTURA & ORDINARIETÀ, ICAR65 Percorsi multidisciplinari di ricerca Vol. II,

da scaricare gratuitamente qui

da cui ho tratto ispirazione e materiale per questo articolo.
Vi invito ad approfondire questi argomenti e leggere in particolare i seguenti contributi:

  1. ORDINARIETÀ LIMINALE, Marco Ragonese, pag. 97ss
  2. ORDINARIO INTELLIGENTE, Emanuele Romani, pag. 102ss … 110ss
  3. THE EVERYDAY TODAY PENSIERI E RAPPRESENTAZIONI DELL’ORDINARIO Emanuele Sommariva, pag. 114ss
  4. RIORDINARE LO STRAORDINARIO, Maria Carmela Frate, pag. 149ss
  5.  IL RAPPORTO TRA L’ORDINARIO E LA NORMATIVA UNA FORMALITÀ O UNA QUESTIONE DI QUALITÀ? Maria Canepa, pag. 160ss
  6. TIPO, STEREOTIPO E SPERIMENTAZIONE LA RESIDENZA SOCIALE FRA TIPOLOGIA E TECNICA Elisabetta Ginelli, Laura Daglio, pag. 169ss

 

Valeria Amy Rossi
 

Mi chiamo Valeria Amy Rossi. Sono una persona curiosa, empatica. Tendo a legare le cose, a sintetizzare. Ho una formazione poliedrica, interdisciplinare. Sono soprattutto affascinata dai percorsi di consapevolezza, apertura e trasformazione: crescita personale e spirituale. Sono sensibile ai temi ambientali.

Click Here to Leave a Comment Below 0 comments